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Bob Dylan "Chronicles" Vol. 1

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[English version]

Artista: Bob Dylan
Libro: "Chronicles Volume 1" 2005
Genere: Autobiografia
Editore: Simon & Schuster
Prezzo: 16.99 la prima edizione, le ristampe sono più economiche (una traduzione è pubblicata da Feltrinelli a 18 Euro, n.d.t.)
Recensore: Mark Wheeler - TNT UK
Pubblicato: Aprile, 2006
Traduttore: Roberto D'Agosta

Indice dei capitoli

  1. Marking Up The Score
  2. The Lost Land
  3. New Morning
  4. Oh Mercy
  5. River of Ice
"Questo è un sito web sugli impianti Hi-Fi e la Musica, perché quindi stai recensendo un libro?"
Rumoreggia il coro dalla sinistra del palcoscenico.
"Perché è scritto da un musicista che parla della sua evoluzione musicale e cambia il mio modo di approcciare la sua musica"
risponde a sua difesa questo scriba.

Bob Dylan non è nuovo alla scrittura specialmente se si fa riferimento alla retro delle custodie dei suoi vinili e di certo la sua fama è quella di un paroliere più che di un musicista. Tanto tempo fa il New York Times definì Bob Dylan come il riconosciuto poeta della giovane America. Il primo libro di Dylan, Tarantula (scritto intorno al 1966) era un libero, poetico e vagante flusso di coscienza, ma è rimasto, per espressa richiesta del suo autore, fuori catalogo per più di 20 anni. "La sua struttura di prosa poema/poema/prosa poema" (il suo editore) fu inattesa tanto quanto la svolta elettrica che prese la musica di Dylan più o meno nello stesso periodo con album come Bringing It All Back Home, Highway 61 Revisited, e Blonde on Blonde. Tarantula è tornato alle stampe circa dieci anni fa, disgiunto dai libri dei testi di canzoni anche se la sua origine è quella.

Finalmente Bob ha ripreso la penna in mano (la mia immagine romantica non è stata ancora rimpiazzata da una in cui Zim si piega su una tastiera) per condividere con il resto del mondo quei dettagli di una vita che continua a regalarci capolavori musicali, classici per più di una generazione. Come Dylan, anche io ho la necessità di scegliere attentamente ogni parola che uso e comporre questa recensione in modo perfetto. Bob Dylan, non è chiaro se inavvertitamente o assistito dalle industrie musicali, viene visto da molti come il rappresentante di una generazione, da alcuni come un guru e dal mio professore di Inglese quando avevo quindici anni, come un "poeta di basso rango con un buon accordo per produrre dischi".

Se, in questa mia recensione, venererò troppo l'uomo, sarò ucciso dalle masse, ma se fallirò nel venerarlo sarò lapidato a morte dai suoi seguaci (e chi ha mai sentito parlare di un hippy che non volesse essere lapidato?). Quindi devo avvertirvi da subito che QUESTA NON È UNA RECENSIONE SU BOB DYLAN, NÉ SULLA SUA MUSICA, NÉ TANTOMENO DELLE IDEE CHE POSSA RAPPRESENTARE.

Questa è solo la recensione di un libro. HO DETTO: "QUESTA È SOLO LA RECENSIONE DI UN LIBRO". OK, adesso posso smettere di urlare.

La cosa che più salta agli occhi nella struttura del libro è che si concentra più sui singoli episodi invece di dare una rappresentazione lineare nel tempo. Il lettore potrebbe aspettarsi una simile struttura da un paroliere con influenze dal beat e dalla letteratura del ventesimo secolo, ma al tempo stesso potrebbe aspettarsi un continuo flusso di coscienza dalla nascita fino ai giorni nostri. Quello che questa struttura ad episodi ha fatto per me è aver rinforzato le lezioni che ho imparato dal contenuto del libro: che Bob Dylan non compone album; che Dylan non pensa ad una sessione di registrazione come qualcosa che porti ad "un prodotto". L'industria musicale chiama un CD o un LP un "prodotto", cioè il risultato di una produzione, mentre Dylan non usa questa parola in questo contesto neanche una volta. Infatti appare abbastanza strano pensare a Dylan che si siede con un produttore e un direttore esecutivo per decidere l'ordine dei brani in un disco. Bob Dylan è solo un cantautore. Bob Dylan desidera così tanto essere solo un cantautore che qualche volta deve fargli quasi male.

Il libro ricorda sicuramente i vari album di Dylan, una serie di ballate popolate di modi di dire che raccontano episodi completi che perfettamente racchiudono un momento o una sensazione e connesse da una narrativa lineare della massima importanza contestuale. Questo fa si che il libro sia facilmente leggibile perché la prosa è raramente convoluta o confusa e ho avuto l'impressione che Dylan abbia lavorato su alcune parti con la stessa cura dedicata ad alcune sue canzoni.

Bob Dylan è infatti uno autore di canzoni il quale ha messo il massimo sforzo e la massima dedizione possibili in quest'arte. Chronicles Vol. 1, oltre ad essere la storia di come molte canzoni sono state scritte, è anche l'omaggio di Dylan ai suoi idoli ed eroi della composizione musicale. Anche se ci sono dei momenti in cui il lavorio di Dylan nel migliorare la sua abilità nello comporre canzoni appare come ossessivo, deve essere questo livello di ossessione che fa si che i testi delle sue canzoni possano raggiungere, a volte, quelle cime elevate che tutti conosciamo. In tutto il libro egli descrive le capacità e le performance dei suoi contemporanei con toni di pura ammirazione:
"Quello che per me richiede incessante lavoro, Mike [Seeger] ha nel sangue, o nel suo patrimonio genetico. Anche prima che nascesse la sua musica fluiva nelle sue vene. Non è possibile imparare a fare quelle cose..."(p. 71).
L'ammirazione di Dylan per i suoi compagni musicisti attraversa in maniera trasversale tutto il libro come se lui di tanto in tanto volesse confrontare le sue capacità con le loro. Gli inizi sono il suo arrivo a New York e le sue prime apparizioni sulla scena folk del Greenwich Village. In quel periodo Dave Van Ronk (1936-2002) era una delle figure chiave di quella scena musicale e fu abbastanza previdente da fornire al giovane cantante un divano su cui dormire per circa un anno. Un divano sul quale Dylan dice di aver imparato molto su come interpretare le sue canzoni. In quel periodo fece anche da spalla a Van Ronk in alcuni leggendari locali con il Folk City di Gerde o il Gaslight Cafè.

Da questi modesti inizi come cantante folk solo un duro lavoro lo portò al rapido successo, ma Bob Dylan non ha mai sottostimato né le sue capacità né ha mai affettato falsa modestia nel parlare dell'effetto che qualche volta ha su sui sostenitori.
"Ero veramente stufo di come i miei testi fossero estrapolati, il loro significato completamente sovvertito, e di come avessi assunto il ruolo di Grande Fratello della Ribellione, Alto Sacerdote della Protesta, Zar dei Dissidenti, Duca della Disobbedienza, Capo degli Approfittatori , Kaiser della Apostasia, Arcivescovo dell'Anarchia e Grande Personaggio Pubblico. Ma di cosa diavolo state parlando? Titoli orribili, in qualsiasi modo li guardiate. E tutte parole in codice per 'fuorilegge'"(p. 120).
Dylan non aveva previsto l'effetto di tutto questo sulla sua vita privata e questo generò una delle sue prime crisi pubbliche:
"Era decisamente nell'aria... e io... dovevo prendere il toro per le corna e ricostruire la mia immagine...
[Iniziai a fare] Cose completamente inaspettate ed imprevedibili come versarmi una bottiglia di whisky in testa, entrare dentro un negozio e comportarmi come se fossi completamente sbronzo... speravo solo che la notizia si spargesse il più rapidamente possibile".

Mi sorprende il fatto che anche lui si sia completamente ingannato sul fatto che questo comportamento avrebbe ridotto l'attenzione del pubblico e dei media. A metà degli anni sessanta si spostò con la sua famiglia a Woodstock senza averne però alcun beneficio e quindi tornò indietro sperando di riconquistare l'anonimità in New York. Invece rimase sempre al centro dell'attenzione. Questo lo fece traslocare ancora a Woodstock dove i vicini si erano sinceramente stufati del fatto che la casa degli Zimmerman fosse diventata il centro delle dimostrazioni di giovani che non amavano più la sua musica. Dylan fece iniziare anche tutta una serie di dicerie che siamo portati a credere dovessero servire a sviare la stampa. Posare in kippah (il classico copricapo ebraico, n.d.t.) di fronte al muro del pianto a Gerusalemme ed annunciare che avrebbe potuto smettere di suonare per iniziare l'Università per imparare a disegnare, appaiono agli occhi di un uomo del ventunesimo secolo come un grosso boccone preparato ad arte per la stampa. Per cui così descrive come creò coscientemente due pessimi album:
"Produssi quell'album (un doppio) dove semplicemente infilai tutto quello che mi venne in mente. Ed una volta uscito quest'album, ho tirato fuori tutto quello che non c'era entrato, l'ho messo insieme e prodotto un altro album. Ero semplicemente svanito da Woodstock, non ero proprio lì. Alla fine registrai anche un album ispirato alle storie brevi di Chekhov: la critica pensò che fosse autobiografico, che era anche abbastanza buono... Penso fossi al quel tempo abbastanza ingenuo..."(p. 123).

Anche se ingenue e forse non poco arroganti, tuttavia queste frasi contengono anche l'insicurezza che il suo successo sia solo un fuoco di paglia. Il ritorno alle radici acustiche di John Wesley Harding non sembra così malvagio considerando che questo è uno di quegli album di cui parla tanto male, anche se nel libro non compaiono mai i titoli degli album ed il lettore deve intuire quale sessione finì su quale pezzo di vinile.

La frase "Help me in my weakness" ("Aiutami nella mia debolezza", n.d.t.) apre Drifter's Escape, l'ultima traccia del primo lato, e sembra descrivere efficacemente il turbinio di emozioni che Dylan descrive come caratteristico di quel periodo:
"Mi illudevo, che avendo la critica giudicato negativamente il mio lavoro, la stessa cosa sarebbe successa con il pubblico, cioè che il pubblico si sarebbe presto scordato di me. Quanto era folle questa illusione?"

Dylan trovò la notorietà e quindi l'amore e disperatamente tentò di prendersi una pausa dal suo lavoro di musicista e crearsi una famiglia. Dylan descrive le sue insicurezze, sia come musicista che come persona mentre gli anni Sessanta volgevano al termine, senza essere sentimentalista ma cogliendo l'ambivalenza della rabbia e della infelicità che coesistevano in lui. Dylan eccelle sia nella prosa come nella sua musica quando parla questi argomenti.

Il sito web di Dylan ha un estratto scaricabile che racconta l'ammirazione di Dylan per Woodie Guthrie ma al tempo stesso dimostra i suoi dubbi sulle cover di altri artisti dei pezzi di Guthrie. L'impegno preso da Dylan nei primi capitoli di essere un esecutore perfetto delle canzoni di Woodie lo condusse a costruire tutto il suo repertorio dal vivo solo su quelle canzoni. In tutto il libro è questa combinazione di ammirazione per la capacità compositiva e la spinta ad eguagliarla che catalizza tutti gli sforzi di Dylan. Aggiungete a questa ricetta un pò di immaginazione ed un pizzico di esperienza personale e capirete facilmente come canzoni quali Blowin in the Wind e Idiot Wind siano state scritte ed eseguite.

Ho già detto che il libro sembra più una raccolta di episodi ricordati, come succede a tutti noi, per piccoli frammenti. Tuttavia una metastruttura di sofferenza-successo-crisi-redenzione sembra presente: il libro infatti finisce con Dylan sicuro, quasi compiacente, del suo contributo alla storia della musica. Confesso che l'unica volta che vidi Dylan dal vivo fu nel 1981 al NEC in Birmingham durante il tour Saved. Sono andato al concerto aspettandomi di trovare il poeta che aveva dato voce alle proteste della generazione degli anni 60. Quello cui ho assistito fu uno spettacolo senza anima di un piccolo vecchio amico che pensava di stare facendoci un favore mentre passava sopra quelle poche vecchie amate canzoni che inframezzavano le nuove proposte. Sembrava come se i concetti del punk della mia generazione trovassero giustificazione nel più costoso evento dal vivo cui avessi mai partecipato. Ne uscii così tanto deluso che non comprai un album di Dylan fino alla registrazione che fece con i Grateful Dead.

Questo libro invece è un'esperienza del tutto opposta. Di sicuro è la migliore autobiografia musicale che io abbia letto dai tempi di quella di Ian Hunter, "Diary of a Rock & Roll Star", che ho letto quando avevo 14 anni e quindi quando la mia capacità critica non era del tutto formata. Quasi quasi mi aspettavo che questo libro fosse un trattato pieno di trita auto-giustificazione. Invece ha risvegliato il mio interesse nell'opera di Dylan al punto che da quando l'ho letta ho continuato ad ascoltare i suoi vecchi dischi e mi sono deciso a cercare qualcosa delle sue opere successive.

Conclusione

Un libro ben scritto che offre dei meravigliosi squarci sulla capacità creativa e sulle performance di uno degli ultimi grandi cantanti del ventesimo secolo. Alcune delle scelte fatte da Dylan nella sua carriera, apparentemente sbagliate e contraddittorie, risultano più comprensibili quando vengono storicamente contestualizzate. Una lettura raccomandabile a chiunque abbia goduto delle canzoni di Dylan in qualsiasi momento della sua lunghissima e variegata carriera.

Bibliografia

Bob Dylan: (2004) Chronicles Volume One, Simon & Schuster, New York
Bob Dylan: (1966) Tarantula, ristampato nel 1994 come Tarantula: Poems
Larry 'Ratsò Sloman: (1975) On the Road with Bob Dylan
Dave Van Ronk e Elijah Wald: (2005) The Mayor Of Macdougal Street: A Memoir

Discografia

Beh siate realisti... possiedo solo una parte dei suoi dischi in vinile, tutti precedenti il 1980, e formano una fila di 15 cm sul mio ripiano!

© 2006 Copyright - Mark Wheeler - www.tnt-audio.com

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