Paul Kletzki -“Hidden Voices”

Quartetti per archi n. 1-4. Prelude Classics, 2025

[English Version Here]

Prodotto: Album, doppio CD o file digitale
Distribuito da: Prelude classics - Polonia
Prezzo approssimativo: ±€17
Recensore: Matteo Bruni - TNT-Audio Italia
Recensito: dicembre 2025, gennaio 2026

[Paul Kletzki - CD cover]

Ho recentemente scoperto Paul Kletzki come direttore d'orchestra attraverso le sue registrazioni della Prima e della Terza Sinfonia di Jean Sibelius, un'esperienza musicale quanto mai gratificante, nonostante la qualità sonora mostri gli inevitabili segni del tempo, resta un'esecuzione intensa e vibrante. Di conseguenza, quando il direttore Lucio Cadeddu ha condiviso con la redazione la possibilità di recensire in anteprima un’uscita contenente due quartetti per archi di Kletzki finora inediti, mi sono immediatamente proposto. Ed eccomi qui, cari lettori, a condividere con voi qualche nota su un progetto speciale: la prima pubblicazione del ciclo completo dei quartetti per archi di Paul Kletzki (1900-1973). Di particolare interesse è il fatto che i Concerti 3 e 4 non siano mai stati eseguiti dal vivo, rendendo l'album non solo una riscoperta musicale, ma anche un vero e proprio documento storico. Il progetto è interamente curato da Prelude Classics, giovane etichetta polacca specializzata, ovviamente, in musica classica, di proprietà di Michal Bryla, che oltre a ricoprire il ruolo di produttore è anche violinista e in questo specifico progetto ha svolto il ruolo di fonico e si è occupato dell'editing e mastering dell'album.

Prima di iniziare, un po' di storia

[Kletzi]

La figura di Paul Kletzki occupa un luogo singolare nella musica del Novecento: non per la vastità del catalogo, quanto per il silenzio che lo interrompe. Nato a Lodz nel 1900, violinista precoce e compositore stimato da direttori come Arturo Toscanini (che, al termine della Seconda guerra mondiale, lo invitò a dirigere l'orchestra della Scala, in occasione della sua riapertura dopo i gravi danneggimenti subiti nel 1943) e Wilhelm Furtwängler alla cui “corte” ebbe l'onore, e certamente anche l'onere, di dirigere i Berliner Philharmoniker appena venticinquenne. Eppure Kletzki vide la propria traiettoria creativa spezzata dalle persecuzioni razziali in quanto ebreo. Dopo l'esilio dalla Germania nazista e in seguito dall'Italia fascista, assistette alla distruzione quasi totale della sua famiglia durante la Shoah. Nel 1942 smise definitivamente di comporre, sostenendo che il nazismo avesse annientato la sua volontà creativa, nonostante ciò, la sua carriera di direttore d'orchestra proseguì nelle orchestre sinfoniche di Liverlpool, Israele, Dallas e della Svizzera Romanda.

A lungo si è creduto che gran parte della musica di Paul Kletzki fosse andata perduta durante la Seconda guerra mondiale. Le sue opere sembravano condividere il destino della sua storia personale: frammentata, dispersa, interrotta. Solo nel 1965, durante alcuni lavori a Milano, accadde un fatto che ha quasi il sapore di un racconto simbolico. In una cantina dell'Hotel Metropole venne ritrovato un baule contenente le partiture che Kletzki vi aveva lasciato nel 1941, prima di abbandonare l'Italia. Fu soltanto dopo la sua morte, nel 1973, che la moglie Yvonne aprì quel baule, scoprendo che le partiture erano rimaste sorprendentemente ben conservate. È difficile non leggere in questo episodio una metafora potente: una musica creduta distrutta, sopravvissuta in silenzio, in attesa di essere nuovamente ascoltata. Inserire oggi i quartetti per archi in una discografia contemporanea significa anche questo: restituire voce (Hidden voices è proprio il titolo dell'album) a un patrimonio che non solo ha rischiato di scomparire, ma che per anni è rimasto sospeso tra memoria e oblio.

I quartetti

Prima di entrare nel merito dell'incisione, vale la pena soffermarsi brevemente sui quattro quartetti, che tracciano un arco espressivo sorprendentemente coerente nonostante le profonde fratture biografiche del loro autore. I quattro quartetti raccolti in questo doppio CD non sono soltanto una sequenza di opere, ma un vero e proprio percorso umano e stilistico che attraversa l'intera parabola creativa di Kletzki. Ascoltati in successione, permettono di seguire quasi in tempo reale la trasformazione della sua voce, dall'impeto giovanile a una maturità segnata dalla storia.

Il primo Quartetto d'archi (in La minore, Op. 1) è forse il più marcatamente romantico dal punto di vista timbrico ed è opera di un Kletzki appena ventitreenne. Energico e vitale, racchiude lo slancio di un giovane promettente, ancora non del tutto maturo espressivamente e legato a schemi scolastici; anche così, il primo movimento risulta assolutamente coinvolgente.

Il secondo Quartetto d'archi (in Do minore, Op. 13), composto due anni dopo il primo, segna un evidente passo avanti nella maturazione dell'artista. Pur restando all'interno di un quadro tradizionale, cresce in intensità e soprattutto in densità compositiva, fino a giungere a un finale di ottima efficacia

La drammatica frattura biografica di Kletzki permea i quartetti per archi raccolti nel secondo CD: è musica composta prima della sua rinuncia, ma già apparentemente consapevole della precarietà della propria voce. Qui la musica assume spesso un carattere elegiaco e struggente, con questi aspetti che emergono in modo sempre più evidente, seguendo idealmente il percorso storico ed esistenziale del compositore. Il tutto è sostenuto da una scrittura per archi estremamente curata, sia sul piano timbrico che contrappuntistico. A mio parere, questi ultimi due quartetti sono i più interessanti e intensi, e inutile dire che sono anche quelli che ho apprezzato maggiormente.

Nel terzo Quartetto d'archi (in Re minore, Op. 23), composto nel 1931, non vi è né sperimentalismo aggressivo né una chiara volontà di rottura; il linguaggio resta quello di una tonalità ampliata, costantemente tesa. Tuttavia emerge una grande intensità e una profondità commovente: non ci troviamo più di fronte a un giovane talento, ma a un compositore ormai maturo, capace di colpire potentemente l'ascoltatore e di scuoterlo nelle viscere.

L'ultimo Quartetto d'archi, mai pubblicato da Kletzki e composto nell'anno in cui decise di abbandonare definitivamente la carriera compositiva, è senza dubbio il più sperimentale. Il desiderio di rompere con gli schemi classici è palpabile, rendendolo al contempo il più moderno. Coinvolgente e struggente, è una fortuna che Prelude Records abbia deciso di pubblicarlo: sarebbe stata una vera perdita se fosse rimasto nascosto.

[Kletzki CD cover]

La registrazione

Passiamo adesso all'incisione. Per quanto riguarda il palcoscenico sonoro, la scena risulta sufficientemente ampia e profonda, e le singole voci del quartetto sono chiaramente distinguibili e stabili. Questo contribuisce in modo significativo alla credibilità dell'immagine sonora, che appare complessivamente convincente. La coerenza timbrica tra i quattro strumenti è elevata: il quartetto suona infatti come un corpo unico, con un equilibrio naturale fra registri e senza che nessuna voce appaia isolata o artificiosamente messa in evidenza. La sala, pur percepibile, non si impone mai come protagonista: il riverbero è controllato e non invade l'immagine, contribuendo a una resa pulita e focalizzata, più da musica da camera che da grande ambiente riverberante.

I violini, spesso protagonisti o voci emergenti all'interno della tessitura dei quattro strumenti, appaiono addolciti. Non sono mai aggressivi, nemmeno nei momenti di massimo attacco, dove ci si potrebbe aspettare una maggiore ruvidità o tensione dell'arco. Nel complesso non penalizza l'ascolto, anzi per molti potrebbe risultare più piacevole e meno aggressivo, personalmente ne sono rimasto sorpreso.

La dinamica è buona, con crescendi ampi e ben controllati; ottima la microdinamica: le minime variazioni d'intensità, le inflessioni del fraseggio, i piccoli rumori degli strumenti - lo sfregamento dell'arco sulle corde, i minimi scatti meccanici - sono restituiti con chiarezza e continuità, contribuendo a una sensazione di realismo ma soprattutto senza risultare artificiosi o stucchevoli come in alcune registrazioni cosiddette audiophile da me poco gradite. I dettagli - quelli che spesso piacciono ad alcuni audiofili - sono quindi presenti ma non sono mai messi in primo piano in modo compiaciuto e ruffiano: emergono come conseguenza naturale della qualità della registrazione, non come fine a sé stessi.

Merita una nota anche l'esecuzione del Bacewicz String Quartet, quartetto polacco interamente femminile, che riesce a coinvolgere emotivamente l'ascoltatore trasmettendo con naturalezza la tensione, il lirismo e l'intensità dei brani.

Un breve accenno va infine all'estetica complessiva dell'album, che sorprende per la sua freschezza. Nonostante le composizioni abbiano ormai più di ottant'anni, l'oggetto discografico evita qualsiasi patina museale. Le scritte sono curate, leggibili, mai enfatiche; le fotografie delle riprese restituiscono un senso di concentrazione e concretezza musicale, senza compiacimenti. La copertina, in particolare, esprime un equilibrio tra antico e moderno: un'immagine che richiama la tradizione, ma attraversata da una grafica contemporanea, soprattutto nella scelta tipografica. E` un dettaglio che contribuisce però a rafforzare l'idea di un progetto pensato come vivo e attuale, non come semplice recupero d'archivio.

Kletzki - CD cover

In conclusione

L'ascolto di questi dischi ha messo a dura prova l'intenzione di recensione critica che mi ero rigidamente prefissato prima dell'ascolto. L'approccio iniziale, analitico, “da recensore” insomma, si è dissolto rapidamente: mi sono ritrovato più volte a lasciarmi trascinare infatti dall'incisione e dalla forza discreta della musica. Ed è forse questo il complimento più autentico che si possa fare a una registrazione: riuscire a far dimenticare il sistema, l'analisi, persino il ruolo di chi ascolta, per riportarlo semplicemente dentro la musica, in Hidden Voices questo effetto si realizza pienamente.

In definitiva, questi quartetti per archi non sono solo una riscoperta importante del catalogo di Kletzki, ma risultano musicalmente coinvolgenti e capaci di restituire spazio, dinamica e dettaglio senza mai perdere di vista l'essenziale: la musica!

Il disco è stato registrato il 19 e il 14 Luglio 2025 presso la sala da musica da camera di Grazyna e l'accademia musicale Kiejstut Bacewicz di Lodz, città natale di Kletzki. Il Bacewicz string quartet è formato da:

Ludwika Maja Tomaszewska-Klimek: primo violino
Hanna Drzewiecka-Borucka: secondo violino
Roza Wilczak: viola
Malgorzata Smyczynska-Szulc: violoncello

[Kletzki Quartet]

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